Mausoleo delle Fosse ardeatine

“L’asola continua di luce libra il masso che comprime lo spazio assiepato delle tombe: una simbiosi interno – esterno che si riscontra anche nel percorso buio e tortuoso delle gallerie illuminate drammaticamente dagli squarci provocati dalle bombe.”


C'E' UN FUORI, MA NON C'E' UN CIELO.

Prendere un masso è un gesto.
Adagiarlo a coprire qualcosa è un significato.
Morte e sepoltura, come li ha sempre chiamati l’uomo; così nell’antichità, così al giorno d’oggi, così nel 1944.

La morte dei 335 italiani durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine è una morte che libera, una morte che parla.
Accanto al grande dolore e il sommesso silenzio che ci impone un enorme masso che incombe sulle bare, c’è comunque qualcosa che parla.
Non si sentono parole retoriche, non si sentono commemorazioni, si sentono cronache, si sente dolore, si sentono i rumori delle bombe che hanno lacerato le gallerie delle cave.

Gli squarci nelle gallerie: la morte.
Il masso di cemento che schiaccia la luce quasi fino a toccare terra: la sepoltura.

Un elemento che comprime, un atto di forza che quasi con la stessa violenza di una bomba impone il silenzio.
Una pietra appoggiata, una pietra tombale.
Una pietra tombale che non è una lapide, non un epitaffio, non un coperchio: è un tetto che sta cadendo a terra, un tetto che si regge su pochi appoggi, su poche certezze; un peso che opprime e che a malapena permette di sapere che c’è un fuori, che a stento ci lascia intravedere uno spiraglio di luce che si infiltra ma che non riesce a liberarsi.
C’è un fuori, ma non c’è un cielo.
L’interno e l’esterno sembrano essere un tutt’uno ma l’elemento di certezza che induce in ogni uomo una speranza è coperto da un enorme masso.
Il cielo è rimasto prigioniero dell’eccidio, del dolore, della guerra.
Il cielo è stato schiacciato da un grande volume e l’unico ricordo che ne abbiamo filtra da un’asola di luce che, inevitabilmente, ci spinge a guardare attraverso, a cercare di traguardare l’orizzonte di pietra e cemento in cui la tragedia ci ha intrappolato, per cercare quel rapporto con l’esterno che sa di via di uscita.

Il cielo, tanto coperto sotto il masso, tanto aperto sotto le bombe.
Le mine che hanno bucato le gallerie delle cave lasciano intravedere l’esterno; creano aperture che, paradossalmente, vista la loro natura bellicosa e artificiale, aiutano a recuperare un rapporto con la natura.
Un atto violento, rumoroso e artificiale, come quello del bombardamento, ci fa scorgere  il verde ed il cielo.
Un verde che non è un paesaggio, che non è un arredo, che non è un fiore per la memoria; un verde che piuttosto è uno sfondo unitario su cui si appoggiano questi gesti di dolore.
Un cielo che sembra essere un vero e proprio attore della scena architettonica, un elemento che si libera dagli squarci che le bombe aprono nelle grotte e che ci riconnette con il mondo esterno facendo passare il nostro sguardo attraverso quelle opere di sostegno dei crateri della guerra, che sembrano quasi essere gli impalcati degli ideali lì sepolti. 

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